Ristoranti da Serie A: 1 – Bergamo

bergamoManca un mese esatto all’inizio del campionato. Si cominciano a preparare le trasferte, ma a differenza delle squadre di calcio, l’appassionato deve organizzare i propri spostamenti con grande attenzione alla geografia delle città e degli stadi. “Forchette a centrocampo” inizia una serie di puntate dedicate alle 15 città di serie A, con i consigli giusti per riuscire a mangiare bene anche se incombe la partita e bisogna presentarsi sugli spalti in tempo per vedere il calcio d’inizio delle 15. Oppure anche per festeggiare nel dopopartita. Si parte dall’Atalanta e dalla città di Bergamo.

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Al Four Four Two di Milano si mangia calcio in mezzo ai panini

442-1 Più “Forchette a centrocampo” di così è impossibile. Entrare al Four Four Two di via Procaccini a Milano (un passo da Corso Sempione) è come apparecchiare un pic-nic sul dischetto del rigore di uno stadio. Tutto è calcio in questo locale, tutto richiama la passione per un pallone che rotola. Si mangia e si beve con lo sguardo fisso a 45° verso l’alto, dove c’è sempre qualche partita da vedere o qualche cimelio storico da ammirare sugli schermi. Quando si può è tutto live, altrimenti si va con i ricordi. C’è spazio per tutti, senza distinzione di fede calcistica, senza selezione all’ingresso. L’importante è avere dentro la passione per il football, l’educazione alla convivialità e la voglia di passare qualche ora in mezzo ad altra gente con la quale si condividono le stesse idee. Continua a leggere

Bernabeu, una cena da campioni d’Europa

tavolo-e-vista-campoMangiare con vista su un campo di calcio è un sogno per molti gastronauti calciofili. Mangiare bene guardando il campo dove giocano i campioni d’Europa e dove l’Italia ha vinto il Mondiale 1982 è un doppio, triplo sogno che si può avverare. Al Santiago Bernabeu, come in diversi altri stadi d’Europa, si può mangiare. Sul serio. Non il paninazzo intriso di ketchup che si sgranocchia fuori da certi stadi tristi, ma un menù vero, curato da uno chef di alto livello. Al Bernabeu in realtà di ristoranti ce ne sono addirittura tre: Puerta 57, Asador de la Esquina e Real Cafè Bernabeu. Hanno caratteristiche diverse e propongono carte diverse, ma ognuno dei tre ha un suo perché. Continua a leggere

Pietro Paolo Virdis, bomber anche in cucina

20140717_210604Bomber si rimane tutta la vita! Così nel suo piccolo ristorante milanese c’è un piatto che si chiama “la botta del Bomber” di cui troverete qui sotto la ricetta. Pietro Paolo Virdis, partito da Sindia, in Sardegna, ha esordito in serie A con il Cagliari, poi ha giocato nella Juve, nell’Udinese, nel Milan e ha concluso la sua carriera nel Lecce. Ovunque è stato amato, come capita a chi la butta dentro spesso. E’ la legge del calcio.

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Da Romolo, un ristorante che è un museo dello sport

vineria-osteria-da-romoloBasterebbe molto meno per definire questo locale un museo dello sport. Magari all’ingresso non sembra, perché si punta molto sull’esposizione dei vini. Tanto Morellino di Scansano (del resto la zona di produzione è a una manciata di chilometri da qui) ma anche tante altre etichette toscane e non solo toscane. Poi però c’è la sala da pranzo e quando ci si siede a uno dei tavoli ci si distrae e si rischia di rimanere a bocca aperta. Alle pareti e al soffitto è appeso tutto lo scibile in fatto di sport. Continua a leggere

Ruben, il ristorante dei bisognosi

pellegriniChi ha seguito l’Inter nella prima metà degli anni ’90 non può essersi dimenticato Ruben Sosa. Attaccante uruguayano, mancino, non particolarmente alto ma dotato di un sinistro straordinario. Predecessore di Recoba in tutto e per tutto. Ernesto Pellegrini lo prese dalla Lazio in scadenza di contratto nell’estate del 1992 pagando un parametro di 2700 milioni di lire. Nel 1992-93 sotto la guida di Osvaldo Bagnoli, Sosa fu protagonista di una stagione straordinaria, segnando in tutti i modi, su azione, su punizione, persino di testa nonostante la statura. L’Inter tentò una rimonta impossibile sul Milan che venne vanificata da un gol di Gullit nel derby di ritorno finito 1-1. Ruben Sosa era un pupillo del presidente Ernesto Pellegrini, ma pochi sanno che il nome Ruben era caro all’allora numero uno nerazzurro, re della ristorazione collettiva, a prescindere dai gol di Sosa. Continua a leggere

Marchesi come Sacchi: fantasia al potere

Un vero campione del mondo! Gualtiero Marchesi, ha cambiato il volto della ristorazione italiana, l’ha aiutata a imporsi nel mondo. Un innovatore, se vogliamo fare un paragone calcistico l’Arrigo Sacchi della cucina. E’ stato il primo “azzurro” ad avere le tre stelle Michelin. E a 84 anni non ha ancora perso il gusto delle sfide: un vero atleta dei fornelli, instancabile. Lasciato il resort dell’Albereta in Franciacorta aprirà quest’autunno ristorante e albergo al Castel Conturbia in provincia di Varese.GM_cucina.Marchesino.phLuisaValieri

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Una cena da Lasai vale la finale dei Mondiali

LasaiL’Italia è tornata a casa da tempo, ma di italiani a Rio ce ne sono ancora tanti. Ci sono sempre, per la verità, la Coppa era una scusa in più per girare nella Cidade Maravilhosa. Si va verso una finale al Maracanà che comunque produce un ricco indotto turistico. Rio negli ultimi anni si è staccata dallo stereotipo della cucina brasiliana, churrasco e feijoada, abbracciando una filosofia gastronomica più internazionale. Il quartiere di Botafogo in particolare si distingue per questa svolta. Esiste un vero e proprio “Polo Gastronomico de Botafogo”, costituito con un decreto del 9 settembre 2004 e comprende le vie (ruas) Sao Clemente, Humaità, Visconde Silva, Pinheiro Guimaraes, Visconde Silva, Real Grandeza, Mena Barreto, Sao Joao Batista, Voluntarios da Patria e tutte le vie limitrofe, tipo Rua Conde de Irajà dove al numero 191 si trova il posto di cui stiamo per parlare.
In questo polo gastronomico, da poco tempo ha aperto infatti il suo ristorante Lasai lo chef carioca Rafael Costa e Silva, rientrato a casa dopo una fantastica esperienza nei Paesi Baschi presso il Mugaritz di Errenteria, un locale dove Andoni Luis Aduriz serve ai suoi clienti delle vere e proprie opere d’arte. Rafael Costa e Silva ha investito un sacco di soldi per costruire un orto di oltre mille metri quadrati adiacente al ristorante, dove coltiva verdure da servire fresche. Ha scelto come motto “Slow foof for a fast world”, cibo lento per un mondo veloce. Tutto qui è curato alla perfezione perché lo staff creato da Rafa (questo è il diminutivo del titolare) non lascia spazio all’imporovvisazione: la moglie Malena Cardiel si occupa dell’accoglienza, lo chef Rodolfo Werner consiglia gli abbinamenti giusti, i collaboratori di Rafa sono addestrati alla perfezione. Il design del locale è di primissima categoria e anche lo stabile in cui si trova viene considerato di interesse storiche. Continua a leggere

Haga ha vinto poco in Superbike ma stravince in cucina

10455120_257378244447291_6374548578853324071_nNoriyuki Haga andava forte. Per la verità va ancora forte, quando decide di salire su una moto. E’ sempre stato uno da – come avrebbe detto il grande Marco Simoncelli – “più gas e meno pugnette”. Ha corso in Superbike dal 1994 al 2010 ma nel frattempo si è anche esibito nel Motomondiale, classe 500, dal 1998 al 2003. In carriera (Superbike) un totale di 313 Gran Premi disputati e 43 vinti, con tre Mondiali Superbike mancati per un soffio nel 2000, 2007 e 2009, 116 podi, 7 pole positions. Nel Motomondiale 32 Gran Premi e un podio, terzo posto in Giappone nel 1998 quando corse nella 500 grazie a una wild card. Non è mai stato campione del mondo per caso o forse per la sua attitudine allo spettacolo, a combattere sempre e comunque. In almeno due delle tre occasioni sprecate per vincere il Mondiale Superbike, sarebbe bastato qualche calcolo in più per tagliare il traguardo per primo. Ma lui è fatto così, vuole sempre il meglio. Non si accontenta di un applauso, pretende la standing ovation. Continua a leggere

Un angolo di Brasile con vista sull’Asinara

Kite  Dopo il ritorno a casa dell’Italia, bisogna darsi un buon motivo per vedere il Mondiale. Ci siamo divisi per simpatie. C’è chi tifa Olanda perché è pur sempre Europa, chi è alla parte della Costarica per dimostrare che gli azzurri, in fondo in fondo, non hanno proprio fatto una figuraccia. La Colombia attrae perché ha diversi giocatori del campionato italiano. Ma alla fine di tutto è impossibile non farsi affascinare dal Brasile e da quel modo così colorato e poetico di vivere il futebol. Si può tifare per l’Italia contro il Brasile, mai tifare “contro” il Brasile e basta. Continua a leggere